Questo strumento parla della contesa tra le Comunità di Melle e di Brossasco a proposito del mercato esclusivo della Valle Varaita; e della riconferma della licenza alla Comunità di Melle.
La controversia che allo scadere del secolo XIV sorse tra le Comunità di Brossasco e di Melle riguardo alla detenzione del mercato esclusivo nella valle, non è certo frutto di isterico campanilismo e di gelosia. Per una comunità occitana il mercato settimanale e unico per la vallata era una grossa prerogativa che recava beneficio sia all'erario comunitario che agli introiti privati; il paese diventava per la diecina o ventina di villaggi circostanti il focolaio di un'attività commerciale che interessava anche le famiglie più modeste. II borgo di Brossasco nel basso Medio Evo non aveva nulla da invidiare al borgo di Melle, sia per sito sia per produttività, anche se forse presentava una popolosità inferiore. La condizione ambientale di Brossasco sorta alla confluenza del torrente Gilba con il Varaita, e all'origine di un ampio slargo del fondovalle, si presentava favorevole sia all'agricoltura che alle comunicazioni e ai traffici; inoltre la sua localizzazione è quasi mediana rispetto al decorso della vallata. Fu forse per queste fortunate condizioni che Brossasco nel secolo XIII fu lungamente conteso tra i Marchesi di Saluzzo e gli Angioini spalleggiati dai Signori di Busca e di Venasca. Nel 1214 Brossasco con il suo territorio fu venduto dal Marchese di Busca agli Angioini, e nel 1277 dopo la fine della prima dominazione Angioina in Piemonte, fu definitivamente confiscato assieme allo stesso luogo di Busca da Tommaso I di Saluzzo.
Durante la guerra civile che prostrò il Marchesato di Saluzzo nella prima metà del secolo XIV, Brossasco pagò cara la fedeltà che aveva serbato per i legittimi Marchesi. Nel 1341 l'usurpatore Manfredo Signore di Cardè. dopo d'aver tolto Saluzzo e il titolo marchionale al nipote Tommaso II con l'aiuto del Siniscalco di Provenza, salì in Val Varaita, e "sottopose a ruberie, incendi e uccisioni" il luogo di Brossasco, mentre Melle e le Comunità superiori della vallata erano difese da Giorgio de' Saluzzi signore allora della Valle Varaita. Fu forse in quella triste ricorrenza che, assieme alle mura dell'antico borgo, il castello di Brossasco "fu da fondamenti gittato a terra" (1). Nell'anno 1368 in cui Federico II di Saluzzo esautorò ed imprigionò il fratello ribelle Galeazzo de' Saluzzi, Brossasco passò con il resto della vallata sotto la diretta Signoria del Marchese, senza feudatari intermedi.
Fu per il felice sito di Brossasco, o per il suo passato di fedeltà che il Marchese Federico II improvvisamente il 3 novembre del 1390 concesse a questo borgo la licenza di tener mercato esclusivo in vallata il giovedì di ogni settimana, togliendolo alla comunità di Melle alla quale lo aveva concesso 22 anni prima alle stesse condizioni? O fu perché in questi anni Melle non si era dimostrata in condizioni di svolgere questo importante servizio in vallata? Non ci è dato di saperlo.
La concessione di mercato ad una Comunità comportava da parte di questa una forte somma enfiteutica da pagarsi annualmente al Signore concedente. È probabile dunque che la concessione del mercato a Brossasco sia da attribuirsi ai continui bisogni finanziari che in quegli anni di lotta contro il Conte Amedeo VI inducevano il Marchese Federico II di Saluzzo a cavar soldi dove e come poteva. La Comunità di Melle colpita nei suoi diritti ed interessi da tale concessione, invocò lo strumento del 1368 che la dichiarava unica detentrice del mercato per tutta la Valle Varaita, e seguì tra i due luoghi una lunga contesa giuridica che durò fino al primo decennio del sec. XV. Il primo strumento riguardante la controversia fu redatto nel castello di Verzuolo il 4 gennaio dell'anno 1393
In questo strumento vediamo che Federico affida la questione sorta tra Melle e Brossasco al giurisperito Ubertino di Lampugnano di Milano, il quale salomonicamente propone il compromesso che Brossasco abbia il suo mercato di giovedì, e Melle il martedì di ogni settimana. Forse Brossasco avrebbe accettata tale proposta, ma il Marchese Federico considerando che il compromesso avrebbe determinato la reciproca rovina dei due mercati, ripropose una seconda possibilità: che le due Comunità esercissero il mercato alternativamente un anno per una. Ma neppure questa alternativa avrebbe risolto il problema, anzi forse lo avrebbe aggravato in quanto l'alternanza di mercato — un anno a Melle, un anno a Brossasco e così via — avrebbe inevitabilmente offerto alla gente della valle la possibilità di giudicare la piazza migliore; e questo avrebbe recato un grave danno al mercato dell'altra piazza. Brossasco ricusò questo accomodamento, e al Marchese Federico non restò che riconfermare alla Comunità di Melle la licenza di mercato già concessa nel 1368.
Il fatto che il pagamento dell'annuo canone enfiteutico per il mercato il Marchese l'abbia imposto non in fiorini come di norma, ma in franchi d'oro, moneta propria del Regno di Francia, si deve attribuire al recente atto di omaggio che il Marchese aveva prestato nel giorno II aprile del 1375 al Delfino di Vienne per averne la protezione contro le prepotenze del Conte di Savoia (2). Il canone annuo per poter esercire mercato è di 25 franchi d'oro pagabili, com'era consuetudine, il giorno di S. Martino. La cifra di 250 franchi d'oro che il Marchese impone alla Comunità di Melle per la vendita a questa dei banchi di mercato, della canna per misurare i panni e del peso pubblico a cui doveva ricorrere chiunque dovesse pesare derrate agricole da smerciare, ci autorizza a pensare che tale altissimo prezzo contemplasse non solo gli attrezzi materiali ceduti, ma anche la vendita dei relativi diritti del bancaggio e delle tasse imposte sulla pesatura e sulla misurazione.
Il Duby asserisce che "numerose testimonianze concordanti fanno pensare che all'inizio del secolo XIV in quasi tutte le Signorie d'Europa il pagamento in denaro aveva sostituito buona parte dei canoni fissi in natura" (3). In un interessante strumento di donazione concessa dal Marchese Federico II di Saluzzo alla Chiesa di S. Michele di Verzuolo nell'anno 1389, il marchese concede alla chiesa e ai Canonici d'Oulx che la gestiscono "medietatem decimae sibi spectantis in villa et mandamento castri deMello, tam blade quam agnorum et bestiolarum. Item... duas partes decimae sibi competentis nova--riae loci sui de Broxascho.... Item dat... super censum Melli libras quinque, et super censum Villae Sancti Petri (San Peyre) libras quindecim...".
Questo documento ci permette di scoprire che Melle era di quei tempi un "mandamento", ossia il centro di una circoscrizione giudiziaria che probabilmente si estendeva sulle Comunità della media Val Varaita. Ma ciò che più interessa è la notizia che il Marchese tra gli introiti che gli spettano sai luoghi di Brossasco, di Melle e di San Peyre, non percepisce più solamente decime in natura, come quelle sugli agnelli, sui volatili (bestiolae) e sulla canapa qui ricordati; ma ottiene anche canoni in denaro, in lire astensi, per lo sfruttamento dei poderi.
Nella turbolenta politica del sec. XIV i Marchesi di Saluzzo, costretti continuamente a difendersi da Stati in formazione più potenti, vivevano in una costante necessità di trovare denaro che chiedevano ai loro sudditi in luogo di lavoro o di canoni in natura. Forse il rimpiazzamento delle derrate in natura con il denaro fu un'innovazione che riuscì gradita ai contadini montanari, i quali pagando i tributi in moneta, ottenevano la disponibilità completa dei loro raccolti, e più larghe possibilità di portare le loro eccedenze al mercato. Purtroppo il risparmio che le comunità rurali e le famiglie dei coltivatori poterono realizzare con l'istituzione dei censi in denaro al posto delle derrate, fu loro sottratto in altro modo. I Signori trovarono ben presto il modo di imporre, per ogni concessione o cessione, delle somme elevate che spesso superavano di molto le disponibilità degli abitanti di un borgo.
I 250 franchi d'oro spesi dalla Comunità di Melle per l'acquisto del peso
della tesa dei panni e del diritto di bancaggio, unitamente ai 25 franchi d'oro da pagarsi annualmente come canone enfiteutico, costituivano certamente una cifra enorme per un piccolo centro occitano che contava su ristrette economie. Spesso queste comunità erano costrette a inoltrar supplica per avere proroghe nei pagamenti al Signore, quando alle abituali tasse collettive e private venivano ad accumularsi le gravi spese che comportavano le concessioni. Il fiscalismo colpì naturalmente le famiglie più povere, nel senso che queste dovettero spesso indebitarsi o con gli usurai già insediati nei borghi rurali
o con i contadini che una certa agiatezza aveva innalzato al di sopra della massa dei poveri. Il pignoramento dei beni dei debitori per insolvenza esauriva lentamente i piccoli poderi a vantaggio dei migliori ed approfondiva il divario di ricchezza fra gli abitanti di uno stesso villaggio. Lo sfruttamento delle difficoltà contadine fece inoltre la fortuna di quei maneggiatori di denaro
Astigiani i cui banchi si moltiplicarono e prosperarono nel secolo XIV per tutto il Piemonte (4).
Nello strumento in esame troviamo interessante, come notizia locale, l'ingiunzione che fa il Marchese al Sindaco di Melle di costruire una via che, ricalcando in parte la via già esistente di Sant Eusebio, passi per la borgata Cogno e raggiunga la piazza di Melle. Una via dunque che copra la distanza tra Brossasco e Melle passando sulla sinistra idrografica del Varaita. Questa notizia pare avvalorare l'asserzione ancora sostenuta ai giorni nostri dai vecchi di Melle, secondo la quale una volta il tratto di strada tra Brossasco e Melle passava sul primo rialzo del versante aprico (a l'adrecc) ad un'altitudine sufficiente da evitare le frequenti alluvioni del Varaita (5). La ricorrenza. in questo documento, dei nomi di due frazioni di Melle — Cogno e Sant Eusebio — conferma che già da tempo, forse almeno da un secolo, i versanti della conca di Melle, in seguito al vasto lavoro di dissodamento, erano popolati da nuclei insediativi. Scartando l'ipotesi che la borgata Cogno derivi il suo nome da "congius", cogno, misura che indicava la quantità d'olio che dava il contadino al Signore per l'uso del frantoio (truéj), e considerando che il sito della borgata sporge sul fondovalle, sarebbe logico pensare che il nome derivi per deformazione dal toponimo "cuneus" che indica appunto sporgenza. Per questa sua prominenza all'imbocco della conca di Melle è probabile
a borgata ospitasse nel Medio Evo un posto di vedetta adatto a trasmettere gli allarmi alla valle superiore e a captare a sua volta i segnali dal castello di Melle. Di Sant Eusebio una tradizione radicata in valle dice sia stata la prima parrocchia della Val Varaita.
Non sappiamo qual credito si possa dare a questa tradizione, però la felice esposizione del sito e le estese aree prative della zona lasciano credere che nella regione di Sant Eusebio i dissodamenti e l'antropizzazione siano avvenuti precocemente.
Lo strumento del 1393 dice chiaramente che i veicoli da trasporto che percorrevano le strade di campagna erano slittoni agricoli (lexe) e carri tirati da buoi; e che le esigenze imponevano una costante manutenzione di queste vie. L'antropizzazione graduale delle terre coltivabili ottenute con i disboscamenti, la frantumazione minuta dei poderi verificatasi con l'aumento demografico, i metodi di coltura, di allevamento e di lavorazione forse già fin d'allora imprimevano ai due versanti di Melle quella struttura tradizionale di vita che si mantenne nelle linee generali per parecchi secoli quasi inalterata.
Così Federico, come magro compenso a Brossasco per la forzosa rinuncia al mercato settimanale della vallata, stabilisce che questa Comunità abbia almeno l'agio di una via praticabile per potersi recare il martedì nella piazza di Melle per il mercato. A conclusione dello strumento è ribattuta la minaccia di sanzioni per le Comunità della vallata — fatta eccezione per Melle — che avranno l'ardire di tenere mercato.
Lo strumento del 4 gennaio 1393 è scritto da Antonio de' Anselmis notaio e segretario marchionale, con l'assistenza del "Sapiente" Bergadano Bonelli. L'una e l'altra di queste due famiglie sono incluse nell'elenco di dodici famiglie illustri di Saluzzo che in un editto del Marchese Ludovico I del 20 agosto 1460 sono dichiarate nobili (7). La famiglia Bonelli venne in Saluzzo da Prazzo di Val Maira verso il 1370, e Bergadano ricoprì in seguito l'alta carica di Vicario Generale. Gli Anselmis discendevano dagli antichi Signori di Barge, e vennero a Saluzzo dopo la metà del sec. XIII sotto Tommaso I.
Nulla sappiamo del Sindaco di Melle Petrino Elibrando, il cui cognome non troviamo più negli elenchi dei "Cotizzi" del secolo XVII di Melle. Del Notaio di Melle Magno Arnaldo sappiamo che era originario di Stroppo di Val Maira. |